GEC
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Il nostro centro aperto Gec (“Giovani – Educazione – Contatto”) rappresenta una peculiarità e di per sé una strategia fortemente voluta e coltivata da SI minore. Il Gec rappresenta uno snodo essenziale per le progettualità educative in capo a Si minore, un’occasione di radicamento e sostegno alla realtà territoriale, nonché un laboratorio nel quale agire nuove forme di accoglienza e di risposta ai bisogni sociali.
Mission
Il GEC si rivolge ai giovani dell’emergente contesto territoriale, ossia ragazze e ragazzi italiani e stranieri, e tra questi ultimi, giovani sia immigrati sia di seconda generazione. Il territorio di riferimento del Gec va inteso come ambito decisivo nel quale finiscono per sedimentarsi le incomprensioni e gli isolamenti, oppure, al contrario, iniziano a tessersi i legami sociali, di amicizia e convivialità, sui quali non solo superare le divergenze dell’oggi, quanto poter reggere la sfida di una prossima società interculturale.
Tale sviluppo positivo della condizione di prossimità di giovani generazioni chiamate a crescere assieme va guidato e sostenuto attraverso anche luoghi ed interventi educativi capaci di essere parte reale e propositiva delle esperienze di vita dei giovani.
Questa è la direzione verso la quale il GEC in questi anni si è proficuamente instradato; la presenza di diverse appartenenze culturali (italiana compresa), condizioni sociali, età e compagnie ed il loro intreccio nelle attività educative proposte creano quei ‘sani sconfinamenti’ che aprono all’incontro con l’altro, ai reciproci interessi e alla comune (nuova) appartenenza ad uno stesso tessuto socio-territoriale.
Educare all’integrazione significa inoltre lavorare sulla più efficace prevenzione.
Nella pratica, l’integrazione si realizza attraverso autentiche possibilità di compartecipazione. In ciò consiste l’intendimento di dare ai giovani destinatari del GEC uno spazio strutturato nel quale vivere una sana dimensione di svago e divertimento ed esprimere la propria creatività: un luogo di incontro dove convogliare il loro bisogno di socialità, un tempo aperto nel quale mettere il loro impegno anche per imparare. L’interculturalità diventa così una dimensione sostenibile, non postulata ‘dall’alto’, ma conseguenza di incontri, di spazi e di tempi vissuti assieme, nell’esperimento di comuni bisogni, aspirazioni ed interessi. È in tal senso che la “convivialità delle differenze” può farsi quotidianità e futuro.


